Milo.

Luglio 17, 2008 di zampe

Mi chiamo Milo Koster e ho trentasei anni. Troppi per il lavoro che faccio, pochi per aver capito tutto dalla vita.
Lavoro come barista in un Hotel storico del centro, ho frequentato cinque anni di liceo classico ma non ho mai preso il diploma.
(Ma questa, eventualmente, è una storia che ti spiegherò più avanti)
Da dodici anni lavoro all’Hotel Malaga. Non è un posto per povera gente, ti avverto prima del tempo. Qui, al ristorante, si servono
crostacei su letti di legumi esotici, e non è consentito entrare in sala da pranzo senza cravattino o in maniche di camicia.
Tutte le sere, escluso il lunedi’ sera, servo cocktails e beveroni a gente che può permettersi di pagare due euro per un bicchiere
d’acqua.
Vedo persone di ogni tipo.Parlo benissimo il tedesco. Da piccolo ho giocato ad hockey sul ghiaccio e mi sono rotto
il naso. Odio le signore che si dipingono di rosso le unghie dei piedi.
Tutte le mie camicie hanno un bottone che manca, un filo tirato, una cucitura strappata.
Vivo in un appartamento di cinquantasei metri quadrati, Zampe dorme con me nel letto.
Sono vegetariano. I miei genitori vivono lontano.
Mio fratello è morto quando aveva dodici anni ed io ne avevo dieci.
Non ho avuto storie importanti nella mia vita: con Elena è stato un temporale d’estate,
la storia più importante l’ho avuta con te, che devi ancora arrivare.
Ricordo di un poeta, forse turco, che un giorno scrisse: “tutto quello che vorrei dirti di più bello, non te l’ho ancora detto”.
Io mi porto avanti. Ancora non ti conosco, e già ti racconto la mia vita.

Zampe uggiola, vuole salire sul letto. Tolgo lo sguardo dal giornale aperto sulle lenzuola, le faccio un lieve cenno del capo.
Un balzo e mi è accanto. La sua lingua umida sul collo, è il suo modo di dirmi grazie.
Grazie per l’asilo politico.
Prigioniera, zampe.
Tutta la giornata accanto ad un patetico fallimento come me.
Tutta la notte a dividere le stesse coperte.
Lo credo che piscia sul tappeto della cucina.

Quattro passi, due cuori, una coda e un filosofo.

Luglio 8, 2008 di zampe

Non sono mai stato un tipo originale. I colori sgargianti, per esempio, mi hanno sempre irritato.

Sono uno di quei pochi che sente la neve cadere. Posso sentire gridare il cielo, quando arriva il tramonto.

E il tutto senza l’ombra di stupefacenti, nè di pesanti dosi di superalcolici.

Non ho mai fumato. Non ho mai giocato d’azzardo. Non ho mai corso in auto, non ho una moto, non ho una barca. Non ho una moglie.

Ma ho un amore.

Si chiama Zampe, perchè -come tutti i suoi simili – ne ha quattro e – come me – non è decisamente un tipo originale.
Quando si descrive il proprio cane, solitamente, si parte dalla razza.
“E’ un Golden Retriever canadese”, “è un Border Collie dal pelo lungo”,
“è un Levriero Afgano importato dall’Iraq”… tutte balle.
Zampe – ancora una volta!- mi assomiglia. E’ di razza bastarda:una razza infame
che da piccolo ti nutre come la migliore delle madri e che
da grande ti tradisce come la peggiore delle donne, pronta a saltare fuori
quando meno te lo aspetti. Peraltro ficcandoti nella merda e ridendoci sopra.

Zampe ha quattordici anni. Fiato corto, naso secco e nervoso.
Spesso mi guarda con due occhi laconici, le parole gliele leggo addosso
e – a seconda del caso – mi sembra di passeggiare con un vecchio amico,
un parente, un professore.

Zampe insegna, cazzo se insegna!
Quando ho conosciuto Elena , Zampe ha cercato in tutti i modi di avvertirmi del
pericolo. Ha cominciato non rispondendo alle sue carezze. Ha proseguito nel suo
cammino di vecchia cocciuta ostruzionista ringhiando ai suoi tentativi di
socializzare.
Ha terminato l’opera pisciando sulla sua borsetta e divorando un maglione che
le avevo regalato a San Valentino.
Fottuto maglione. Fottuto San Valentino.
Zampe l’aveva capito subito, ed io no.
Per questo lei è la maestra, mentre io sono l’allievo ripetente.

Camminiamo lungo il porto, lasciandoci alle spalle una Riva del Garda sonnolenta e
silenziosa alle sette e dieci della domenica mattina.
Zampe non perdona: la pisciata quotidiana dell’alba non si può saltare, nemmeno se
è domenica e se si ha voglia di dormire.
La sua coda ispida e dura picchia contro il mio ginocchio, l’erba si piega sotto le
sue zampe da caccia e quattro anatre si beccano per un pezzo di pane che ancora
galleggia.
Chissà chi l’ha lanciato in acqua.. qui non si vede nessuno, vero Zampe?
La cana (perchè Zampe è quanto mai femmina, nel caso sorgesse il dubbio) non risponde,
e alza il muso al cielo per fiutare un passeggero odore di brioche calda.
Io mi fermo sotto ad una finestra antica quanto le gonne di mia nonna e per un attimo
fingo di aspettarti.
Sì, proprio qui.
Nella piazza principale. Sotto gli occhi di quattro anatre, un edicolante assonnato e un
cane da caccia dal naso rinsecchito e dai dubbi natali.
Fisso inebetito le persiane scrostate, una saracinesca si alza alle mie spalle.
Il sole comincia a scaldare.
Zampe uggiola.
Dove sei? E, soprattutto, ci sei?
E – se sei – dormi?
In tal caso, sognami.
Vale la pena di sognarlo, un uomo che si ferma davanti alle finestre della gente e
ti aspetta ovunque.
Il cane, poi, è da manuale.
Vecchio, spelacchiato e bastardo.
Latrato di Zampe: vuole rincorrere un’anatra che asciuga le penne al sole.
Le persiane verdi non si aprono.
Fanculo a Elena. Fanculo anche a quella ridicola borsa ricoperta di piscio.
Ti prego, vieni.
Apri la finestra.
Arriva.

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